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Ninfeo di Egeria

La Ninfa Egeria era una delle Camene, divinità minori legate alle sorgenti che ricambiavano offerte di acqua e latte concedendo profezie; in genere esse accompagnavano eroi o personaggi importantissimi, così Egeria si legò alle origini della stessa Roma sposando Numa Pompilio, il re sabino successore di Romolo.

La leggenda vuole che essi si incontrassero in questo luogo per chiacchierare e fare l'amore, qui la ninfa ispirava lo sposo nel fare le leggi e curare l'ordinamento religioso della Roma primitiva. L'edificio consiste in una grande stanza rettangolare, con una nicchia centrale nel fondo e tre nicchie piu' piccole in entrambe le pareti laterali, il tutto costruito in "Opus Mixtum" in opera reticolata e laterizio. Tale tecnica edilizia permette la datazione del manufatto intorno alla meta' del II Sec. d.C. L'interno era riccamente rivestito di marmi: le pareti erano di "Verde antico", un marmo pregiato proveniente dalla Tessaglia, mentre il pavimento era di "Serpentino", un porfido d'intenso colore verde proveniente dalla Grecia (Una zona limitrofa a Sparta).

Le nicchie erano rivestite in marmo bianco ed infine, tra esse e la volta, vi era una fascia decorata con mosaici. L'ambiente centrale è coperto utilizzando la tecnica della volta "a botte", sulla quale aderiva uno strato di pietra pomice allo scopo di far attecchire il Capelvenere (Un particolare tipo di felce). Dalla nicchia di fondo, dove vi è una statua coricata (Il dio Almone) e dove tutt'oggi è visibile il segno lasciato da un'altra statua oggi scomparsa, sgorgava l'acqua della fontana. Essa è captata da una sorgente acidula sotto Via Appia Pignatelli e condotta fin qui da un acquedotto sotterraneo. L'acqua era incanalata in tubature di terracotta e scendendo lungo le pareti formava giochi d'acqua nelle nicchie laterali arricchite a loro volta da altre statue; inoltre l'umidità condensando nella volta, creava uno stillicidio che, insieme alla ricca vegetazione che scendeva dall'alto, rendeva l'ambiente fresco e suggestivo. Nel complesso i marmi verdi del pavimento e delle pareti, con la volta coperta di Capelvenere che lasciava gocciolare l'acqua condensata, doveva dare l'idea un pò barocca di grotta artificiale, dove Erode Attico poteva venire nei periodi di calura estiva per passeggiare al fresco chiacchierando e banchettando piacevolmente con gli amici.

Nelle ville romane si trovano spesso luoghi come questo, un esempio per tutti è il Canopo di villa Adriana a Tivoli. All'esterno, oltre all'atrio di cui si vedono le nicchie laterali, l'acqua scorreva creando prima una grande piscina rettangolare, circondata da un portico oggi completamente interrato. Questo laghetto si può identificare nel "Lacus Salutaris" che le fonti antiche ricordano a sinistra della via Appia Antica. Superato il quadriportico l'acqua formava un altro grande bacino ottogonale ed infine si gettava nell'Almone. Nell'800 questa grotta, come tutta la Caffarella fu molto frequentata dai romani; proprio qui si allestiva una tipica osteria fuori porta, come testimoniano alcune stampe dell'epoca.


Esplorazione alla spelonca della Ninfa Egeria

Il condotto che alimentava il Ninfeo di Egeria (II Sec. d.C.) situato all'interno del Parco della Caffarella in Roma, smise di espletare la sua funzione, intorno alla fine del 1500, dopo circa quindici secoli d'incessante attività. Fu probabilmente per determinare le cause dell'evento che, nel 1816 il Fea aprì il varco tutt'oggi visibile. La speranza d'individuare la causa nelle sue immediate vicinanze, in considerazione anche del fatto che, in questo punto, il condotto si produce in due strette semicurve, risultò vana.

Il 5 Luglio 1996 una squadra del Gruppo Speleologico del CAI di Roma ha ispezionato lo stesso con lo scopo d'individuarne le cause. Appena entrati nel condotto, abbiamo subito notato la tipica copertura cosiddetta "a cappuccina" (In alcuni mattoni, verso l'interno, è possibile vedere il bollo del costruttore), mentre le pareti risultavano intonacate con il caratteristico ed impermeabilissimo coccio pesto, tipico di queste opere.

Dopo circa 20 metri di andatura rettilinea, il condotto si produce in una curvatura con un angolo di circa 120° per poi proseguire con andatura più o meno rettilinea in tutta la parte da noi esplorata. Dopo circa 30 metri incontriamo una prima frana, causata con molta probabilità da delle radici infiltratesi. Questa frana ha prodotto una piccola camera di circa due metri d'altezza che risulta provvidenziale in quanto, anche se per poco, ci consente di assumere la posizione eretta. Immediatamente notiamo che la causa dell'ostruzione non è da ricercarsi qui, infatti se da un lato è numeroso il materiale di risulta prodotto alla base del condotto, è anche vero che l'acqua, a monte della frana, è di per sè insufficiente a giustificare un'ipotesi accreditabile.

Proseguendo nell'ispezione del condotto, che sul cui fondo è depositata ormai fanghiglia per una ventina di centimetri, arriviamo dopo un percorso di circa quaranta metri ad un pozzo verticale, questa volta opera dell'uomo, che doveva servire con molta probabilità come accesso per la manutenzione dell'acquedotto. Determinare dall'esterno quale sia la posizione di quest'accesso è pressocchè impossibile (A meno che non si faccia il rilievo della conduttura), in quanto la sua sommità è stata completamente ricoperta (dall'esterno) con una malta di calce.

A questo punto la già consistente massa di fango depositata sul fondo è diventata ancor più proibitiva (stimati circa 60 cm), tanto da dover abbandonare, dopo altri 15 - 20 metri, ogni tentativo di proseguire l'ispezione.

Puntando però le nostre lampade, possiamo notare che, dopo altri circa 15 metri la massa di fango diventa così imponente da toccare il condotto del soffitto fino ad occluderlo completamente. E' quella con molta probabilità la causa dell'evento, una frana di proporzioni ben maggiori alla precedente, che è riuscita a bloccare lo scrosciare secolare dell'acqua della fonte Egeria.

La disostruzione del condotto non dovrebbe risultare pressocchè complessa, soprattutto se si considera l'eventuale apertura e utilizzo dell'originale pozzo d'accesso per lo scarico dei materiali di risulta, ma per questo si entra nel complicato mondo delle autorizzazioni, in cui sicuramente non siamo degli esperti.
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