Necropoli Esquilina
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tipologia:
Necropoli
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quota:
51m -
anno:
0 -
epoca:
Preromana
Necropoli Esquilina
Il grande sepolcreto della Roma delle origini sorse sul colle Esquilino tra IX e VIII secolo a.C., quando la più antica area funeraria nella valle del Foro fu occupata dall'abitato, con il conseguente spostamento degli spazi cimiteriali verso il colle.
A partire da questa fase una vasta area compresa fra Via Giovanni Lanza e Piazza Vittorio iniziò ad essere occupata da una vasta necropoli ad incinerazione, i cui preziosi corredi ci restituiscono l'immagine di una città che va man mano sviluppandosi, in cui le conquiste militari apportano nuove ricchezze, beni di lusso, oggetti di pregio, ed in cui le diverse classi sociali vanno gradualmente stratificandosi.
Nel VI secolo a.C., con la costruzione delle mura serviane ad opera del re Servio Tullio, iniziò a delinearsi probabilmente una certa organizzazione dello spazio cimiteriale: gli spazi funerari, sempre nettamente distinti dalla città dei vivi, vennero relegati all'esterno della Porta Esquilina: a sinistra della Porta, sul lato settentrionale della Via Labicana, a partire dall'inizio del III sec. a.C., iniziò a svilupparsi il Campus Esquilinus, uno spazio dove, come racconta Cicerone nelle sue Filippiche (9, 17), dei lotti di terreno venivano concessi dallo Stato ai privati per la costruzione dei sepolcri di coloro che si erano distinti per il loro eroismo in difesa della res publica. I monumenti funerari appartenenti agli eroi della patria ne raccontavano le gesta attraverso le pitture, completate da brevi didascalie che indicavano i nomi dei personaggi rappresentati: questa tradizione, che prende il nome di "rilievo trionfale" ha come duplice obbiettivo quello di onorare i protagonisti ma anche, e soprattutto, di narrare a coloro che visitavano il sepolcro le vittorie di Roma.
L'esempio forse più eclatante di questi sepolcri è rappresentato da quello attribuito alla famiglia dei Fannii o Fabii, decorato da straordinarie pitture oggi conservate presso il Museo della Centrale Montemartini. L'affresco raffigura scene militari, interpretate come un episodio della guerra contro i Sanniti. Il proprietario del sepolcro era probabilmente il generale Quinto Fabio Massimo Rulliano, che in queste lunghe guerre si distinse riportando numerose vittorie, nell'ultimo venticinquennio del IV secolo a.C. Sul lato meridionale della via Labicana, invece, si estendeva il commune sepulcrum, l'area destinata a coloro che non erano in grado di pagare le spese per una sepoltura privata: i più poveri, gli schiavi, i viandanti, i condannati a morte: si trattava probabilmente di fosse comuni, che nelle ultime fasi di utilizzo andarono ad occupare anche l'antico fossato delle mura, o comunque di semplici sepolture in fossa, come suggerisce il nome che i romani diedero a questa zona, i puticoli, dal latino puteus, pozzo.
Quanto questa zona fosse degradata si intuisce dal racconto del poeta Orazio, che nei decenni centrali del I sec. a.C. la dipinge, certo in modo un pò colorito, ma probabilmente non troppo distante dal vero, come una zona malfamata, dove qua e là biancheggiano le ossa e la notte si possono incontrare streghe e meretrici. La grande espansione della città alla fine dell'età repubblicana fece travalicare il confine segnato dalle mura, che persero dunque la loro funzione e vennero gradualmente demolite; a partire da questo momento, la necropoli fu abbandonata definitivamente e celata con un interro che raggiungeva i sei metri di spessore.
I Puticuli - il cimitero pubblico del campo Esquilino I puticuli consistevano di semplici profonde buche scavate nel terreno tufaceo appena fuori delle mura ed utilizzate in epoca repubblicana come una sorta di discariche; vi venivano gettati rifiuti di ogni genere, vasellame inutilizzabile, carcasse di animali ed anche i corpi degli schiavi, dei poveri e dei criminali giustiziati; il termine Puticulus prende origine dalla putrefazione dei corpi che lì avveniva (Varro, De lingua latina, Liber V.25, Festo, De Verborum Significatione Liber XIV, Comm. Cruq. H.S. I.VIII); erano quindi dei cimiteri pubblici, delle fosse comuni ove venivano gettati i corpi di schiavi, mendicanti e prigionieri.
La zona che si estendeva fuori dalle mura di Servio Tullio sulla sinistra della antica Casilina per almeno 300 metri (da porta Esquilina verso nord fino a piazza Manfredo Fanti) e per almeno 90 metri fuori della porta (fino a piazza Vittorio) era ricoperta di puticuli; questa estensione, citata da Lanciani, è quella che definisce anche Orazio nella sua satira; ad esempio furono rinvenuti 15 puticuli, profondi 4 o 5 metri e scavati nel cappellaccio, nel ristretto quadrilatero compreso tra Piazza Vittorio, via Napoleone III, via Rattazzi e via Carlo Alberto e molti altri se ne trovarono durante la costruzione del quartiere umbertino avvenuta verso la fine del 1800; Lanciani testimonia di aver esaminato 75 di questi pozzi; rinvenimenti si sono anche avuti in epoca recente in via Giolitti in occasione di lavori di ristrutturazione relativi alla stazione Termini.
Lanciani descrive un’ulteriore scoperta avvenuta nel 1876; durante la gettata delle fondamenta di un palazzo all’angolo tra via Carlo Alberto e via Mazzini (ora via Cattaneo) una parte del terreno improvvisamente venne a mancare e si creò un baratro profondo molti metri; si scoprì che le fondamenta in parte poggiavano sul solido agger tufaceo della cinta Serviana ed in parte sul terreno in cui si trovava il fossato dell’agger e che risultò cedevole; andando a scavare per verificare le cause del cedimento si trovò una grande fossa di 50 metri per 30 metri e profonda 9 metri in cui Lanciani stimò si fossero trovati 24.000 corpi, ormai ridotti in polvere; questo ritrovamento si può collegare a quanto narra Livio a proposito di un periodo dell’epoca repubblicana di prodigiosa mortalità al punto che si arrivò a depositare i cadaveri nel fossato dell’agger fino a riempirlo completamente.
Nel corso di secoli di tali pratiche la zona in cui erano i pozzi rimase ammorbata ed infrequentabile; durante il I secolo a.C., decreto dopo decreto, l’area venne preclusa alle sepolture ed una serie di cippi in travertino contenenti le regole sanitarie furono apposti dai pretori ai limiti dell’area che si estendeva per poche centinaia di metri fuori della porta Esquilina e che doveva essere mantenuta libera da corpi; uno ritrovato dal Lanciani nel 1884 recita: “C. Sentius, figlio di Caius, Pretore, per ordine del Senato ha fissato questa linea di pietre terminali, a segnare l’estensione della terra che deve essere mantenuta assolutamente libera da sporcizia e da carcasse e corpi. Qui anche la incinerazione dei corpi è strettamente proibita.” e ai piedi della scritta ufficiale qualcuno che evidentemente abitava nelle vicinanze aggiunse a grossi caratteri: “Porta la sporcizia un poco più lontano; altrimenti sarai multato” Il Campo Esquilino era una vasta area sepolcrale che si estendeva a partire dalla porta Esquilina alla sinistra della Casilina fino ad arrivare oltre Piazza Vittorio verso Porta Maggiore e verso la stazione Termini; aveva questo utilizzo già prima della nascita di Roma, e in epoca repubblicana includeva oltre alla zona dei puticuli altre aree caratterizzate da sepolture estremamente povere e colombari e sempre in questo luogo avvenivano delle esecuzioni pubbliche tramite decapitazione.
Cesare Ottaviano Augusto, come suggerito dal suo amico e consigliere Mecenate (Gaius Cilnius Maecenas), decise di bonificare l’intera area di circa 75 ettari facendola ricoprire, tra il 42 a.C. ed il 38 a.C., con uno strato di otto metri di terra e promulgò il divieto assoluto di depositarvi cadaveri; il luogo venne quindi dato in concessione a Mecenate stesso che qui realizzò una parte dei suoi magnifici giardini (Horti Maecenatiani) e la sua domus. L’intento di Mecenate di trasformazione urbanistica dell’Esquilino si completò successivamente con l’arrivo di altri nobili romani che edificarono in questi luoghi horti e ville tra le più lussuose di Roma. Del campo narra il poeta Orazio (Quintus Horatius Flaccus 65 a.C. - 8 a.C.) nella Satira I VIII sugli esorcismi praticati da Sàgana e Canidia nel campo Esquilino, scritta intorno al 40 a.C., in occasione della bonifica voluta da Augusto. Il poeta racconta di un inutile tronco di albero di fico che era nel campo Esquilino (il legno di questa pianta è particolarmente fragile e quindi di scarsa utilità) che un giorno venne trasformato da un falegname in Priapo, dio a protezione dei giardini che erano appena sorti là dove prima era il campo; egli non temeva tanto i ladri e gli animali, che poteva facilmente mettere in fuga, quanto le streghe, che si recavano nel campo durante le notti di luna piena per raccogliere erbe velenose e ossa e che non trovava modo di allontanare; una notte vennero le orribili Sàgana e Canidia (due donne romane realmente esistenti ai tempi di Orazio) che presero ad evocare le ombre dei morti; talmente mostruose erano tali scene che la luna si nascondeva dietro le grandi tombe per non vedere; il tronco reso dio, non potendo resistere oltre a tali atrocità, riuscì infine a farle precipitosamente fuggire, in modo inaspettato e ... fragoroso. Riguardo all’Esquilino Orazio nella Satira I.VIII 8-16 scrive: Qui un tempo gli schiavi facevan portare in misere casse, a pagamento, i cadaveri de’ loro compagni gettati fuori dalle anguste celle; qui stavano i mendicanti in sepolcri comuni; qui a Pantòlabo, il buffone, e a quello spendaccione di Nomentano, (ed agl'altri come loro), un cippo assegnava mille piedi in fronte (alla strada) e trecento piedi nei campi, e gli eredi non potevan venderne il monumento; Ora è possibile abitare sull’Esquilino reso salubre, e si può passeggiare sui bastioni soleggiati, ove prima si scorgeva un campo tristamente biancheggiante d'informi ossa,
Bibliografia
Il Pinolo - www.bandb-rome.it




