Abbazia di San Giovanni in Argentella
-
tipologia:
Chiesa
-
quota:
196m -
anno:
590 -
epoca:
Medioevale
Abbazia di San Giovanni in Argentella
L'abbazia di San Giovanni in Argentella si trova alla fine di un tortuoso sentiero, fra gli ulivi e i vigneti delle colline intorno a Palombara Sabina; dista circa 3 km dal centro abitato e circa 36 km da Roma. Deve la denominazione "in Argentella" alla presenza di una sorgente in fondo alla valle, con cui probabilmente era in comunicazione fin dalla primissima edificazione. L'acqua di una fonte che tuttora sgorga nel sotterraneo della cripta, un tempo era ritenuta terapeutica e miracolosa. Secondo la tradizione i cittadini erano soliti bagnarvisi il 24 giugno, giorno della festa di san Giovanni Battista. Negli ultimi anni è stata oggetto di incuria e abbandono da parte dell'amministrazione comunale, con derivato decremento di turismo. Attualmente viene gestita da un unico custode ed è possibile visitarla solo in determinati giorni della settimana. Non è facile stabilire l'epoca della fondazione dell'intero complesso; la verità storica in merito alle origini, all'uso della struttura, all'interpretazione degli affreschi, è ancora un mistero. Un ornamento scolpito nella lunetta sopra il portale, composto da una croce a bracci uguali con quattro dischi posizionati tra un braccio e l'altro, ha suscitato diverse interpretazioni: si è ritenuto che fosse un simbolo legato all'acqua, in quanto uguale a quello usato nella cartografia moderna per indicare la presenza di sorgenti; o che fosse un simbolo significativo nell'ambito dell'alchimia. Ma l'interpretazione che per lungo tempo ha prevalso, diffusa e argomentata sulle guide ufficiali, attribuiva all'abbazia origini orientali, più precisamente greche: greca quindi era considerata la croce nella lunetta, greche le figure raffigurate negli affreschi interni, greche le loro vesti. L'ipotesi ultimamente più accreditata sembra essere quella che invece considera l'ornamento un simbolo dell'ordine benedettino, già in uso in questa forma nel VI secolo. Che l'abbazia fosse dei benedettini lo proverebbero anche antichi documenti risalenti agli anni 998, 999 e 1010. Pur mancando fonti documentarie precedenti all'anno 998, studi recenti sembrano concordi nell'attribuire all'abbazia origini alto-medievali. Si suppone inoltre che la consacrazione sia da ascrivere ai Longobardi, particolarmente devoti a san Michele arcangelo e a san Giovanni Battista. Il primo oratorio, probabilmente un edificio bizantino del IV secolo, venne edificato sulle fondamenta di una preesistente costruzione romana, forse una villa o forse un luogo di culto; prova ne è il ritrovamento di possenti muri sotto il pavimento tardo barocco della navata centrale della chiesa, emersi durante la campagna di restauri condotta negli anni settanta. Il terzo edificio, quello romanico, cioè l'odierna chiesa, ha rispettato il precedente, conservandone importanti elementi, come la cripta, ora seminterrata, un semplice presbiterio in muratura, l'altare maggiore e il ciborio. Si suppone che la costruzione fosse in funzione nell'VIII e IX secolo, epoca di fioritura in Italia del monachesimo, e quindi anche dell'ordine benedettino, quando la Sabina, con il ducato di Spoleto, era stata donata da Carlo Magno a papa Adriano I. La guida benedettina consentì all'abbazia di vivere un periodo fiorente in autonomia, e di estendere il proprio patrimonio fondiario. Nel 1284 il monastero venne affidato dal cardinale e signore di Palombara Jacopo Savelli a una piccola comunità, appartenente all'ordine Guglielmita, che vi rimase circa 100 anni. A loro si devono importanti interventi architettonici, uno dei quali fu un vano sulla navata di destra, dove ricavarono una cappella da consacrare al loro santo; probabilmente furono autori anche dell'affresco Adorazione della croce, posto all'interno del vestibolo, poi nascosto dalla costruzione di un avancorpo in facciata. Nel 1445 inizia il declino dell'intero complesso, causato dal definitivo abbandono da parte dei monaci. Successivamente fu dato in commendam, ad abati discendenti di casa Savelli fino al 1659, poi ad altri abati e contadini che non ebbero alcuna cura della struttura, causandone la rovina. L'ultimo cardinale che, visitando l'abbazia nel 1815, ordinò lavori di manutenzione, fu Lorenzo Litta, ma non è certo che le sue disposizioni siano state eseguite. Rimasta a lungo abbandonata, l'abbazia dal 1963 ospita alcuni membri della Fraternità dei Santi Nicola e Sergio, una piccola comunità laica che abita alcuni locali sopra la chiesa, divenuti pertanto proprietà privata, quindi difficilmente accessibili. Gli occupanti svolgono funzioni di custodia dell'edificio e ne curano volontariamente l'apertura al pubblico.






