Il Museo mai nato a Grado: dieci milioni di euro nel nulla

Il Museo mai nato a Grado: dieci milioni di euro nel nulla

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Archeologia subacquea.

GRADO. Naviga in alto mare il Museo Nazionale per l’Archeologia subacquea di Grado. Dopo oltre vent’anni di intoppi e rinvii, qualcosa come dieci milioni di euro - soldi pubblici - buttati al vento, e dopo decine di annunci di prossima apertura finiti nel nulla, la data di inaugurazione del museo con il suo prezioso contenuto di reperti archeologici recuperati dal fondo del mare non è stata ancora stabilita. Motivo: un groviglio burocratico amministrativo che sembra quasi impossibile da districare. E il Comune di Grado torna all’attacco, dando mandato a un avvocato di avviare una procedura per avere indietro dal Ministero l’edificio a suo tempo ceduto in comodato d’uso. Da parte sua, il Polo Museale del Fvg, che ha ereditato dalla Soprintendenza l’ingombrante fardello, tenta ancora di sbloccare l’impasse: il Polo ha appena varato una determina che affida alla ditta Veniceplan di Mestre la verifica e la «validazione del progetto riguardante la realizzazione del nuovo ingresso, l’abbattimento delle barriere architettoniche e la revisione impiantistica», compresi biglietteria e bookshop. In parole povere, spiega il direttore del Polo Museale, Luca Caburlotto, «abbiamo affidato a una ditta la verifica della fattibilità di tutti i progetti di adeguamento necessari prima dell’apertura».

A cominciare dalla realizzazione della zona d'ingresso, la pensilina esterna ma anche la configurazione dello spazio di accesso e di accoglienza del pubblico. Tranne gli impianti di condizionamento, nuovi di zecca, mai entrati in funzione e ormai obsoleti. Prima di cominciare questi lavori la ditta incaricata dovrà verificare la correttezza normativa, a fronte della cifra attualmente disponibile di 301.000 euro. Cifra che, spiega ancora Caburlotto, «copre sia i costi per l'ingresso ora in verifica che l'allestimento del piano superiore, per il quale, dati gli aspetti tecnici differenti, faremo subito una separata verifica». Ora l’incaricata ha trenta giorni di tempo per dire la sua, dopodiché se nulla osta una società edile già selezionata dall’Agenzia del Demanio potrà iniziare i lavori. Tempi lunghi, comunque. E qualsiasi ulteriore intoppo rischia di riportare la trafila al punto di partenza, come in un kafkiano gioco dell’oca. «Stiamo facendo il possibile», sottolinea Caburlotto.

Ma, evidentemente non basta, e nonostante il protocollo d’intesa stilato fra Comune di Grado, Polo Museale ed Erpac, la situazione sta raggiungendo di nuovo un punto critico. E il Comune torna a lanciare l’ultimatum: «Daremo mandato a un avvocato - dice il sindaco Dario Raugna - perché avvii la procedura per la restituzione della struttura». «Così non si può andare avanti - continua Raugna - abbiamo provato di tutto, offrendo la massima collaborazione prima alla Soprintendenza ora al Polo Museale, anche per un’apertura parziale del Museo, ma senza esito; noi il Museo lo vogliamo, serve alla nostra isola, tutti lo vogliono, e se il Ministero non è in grado di farlo lo faremo da soli». Il sindaco punta senza indugi il dito sull’amministrazione statale: «Ci siamo imbattuti in presunte irregolarità, abbiamo chiesto un progetto per sanare la situazione, abbiamo avuto in cambio tante promesse ma la situazione continua ad essere di stallo». Il quadro è complesso, e l’impressione è che il carico di responsabilità sugli impicci accumulati negli anni - sui quali potrebbe allungarsi l’ombra della Corte dei Conti - sia tra le cause delle lungaggini e trappole burocratiche in cui è finito il Museo. Del resto basta ricordare le tappe fondamentali della vicenda per capire in che guazzabuglio è incastrato quello che potrebbe essere uno straordinario centro di attrazione turistica e culturale.

Tutto comincia il 6 dicembre del 1995, quando il Comune di Grado concede al Ministero per i beni culturali l’edificio dell’ex scuola Scaramuzza in comodato d’uso per destinarlo a Museo Nazionale di Archeologia Subacquea. L’idea è di allestire il museo con i reperti archeologici provenienti dal mare, in particolare lo scafo e il carico del relitto dalla Iulia Felix, nave romana del II secolo d.C. scoperta nel 1986 dal pescatore Agostino Formentin, a 16 metri di profondità sui fondali marini al largo di Grado. L’edificio dell’ex scuola Scaramuzza affaccia sul Lungomare Nazario Sauro, punto di passaggio per turisti e bagnanti, e la sua posizione di fronte al mare lo rende un posto ideale per ospitare un museo in grado di attirare frotte di visitatori anche dall’estero. Secondo l’Accordo di programma in materia di Beni e attività culturali per il Fvg, stipulato tra Ministero dell’economia e delle finanze, Mibac e Regione nel 2000, lo stabile sarà sottoposto a un pesante restauro per adeguare l'edifico all'uso museale, con lo stanziamento di fondi statali e del Cipe.

I lavori, affidati in gran parte all'impresa Clocchiati di Udine, partono a spron battuto. In corso d'opera però, vengono decise varie modifiche interne, mentre solo a scafo recuperato dal fondo del mare - per altro a pezzi e non intero come si pensava in principio -, si comincia a pensare al come collocare il prezioso relitto. Scoprendo così, fra l’altro, che la sala prevista è troppo piccola per un’adeguata esposizione della nave. Nel frattempo il costo complessivo dell’operazione di archeologia subacquea più la ristrutturazione del museo, ha raggiunto la bella cifra di dieci milioni di euro. Ma altri fondi servono per gli adeguamenti. E a questo punto si ferma tutto. Di promessa in promessa sulla prossima apertura del museo passa il tempo, finché nell’autunno del 2014 un gruppo di cittadini si ribella e fonda il Comitato “OpenMuseum – per l’apertura del Museo di Archeologia Subacquea di Grado”, con l’intenzione di sensibilizzare le istituzioni sullo stato di abbandono della struttura.

Nelle more della polemica, l’allora Soprintendente all’Archeologia, Luigi Fozzati, annuncia l’apertura di quella che battezza “area operativa” all’interno del Museo, che prevede una biblioteca di archeologia subacquea e navale, una sala riunioni, un archivio, gli uffici degli archeologi, un’aula per il primo trattamento dei reperti subacquei recuperati, un magazzino, persino una foresteria. Direttore del Museo viene nominato Domenico Marino.

È un tentativo di mettere in moto qualcosa, ma l’iniziativa naufraga presto nel nulla. Nel novembre del 2015 l’allora commissario straordinario di Grado, Mauro Kovatsch, codice civile alla mano fa un passo ufficiale presso il Ministero per chiedere indietro l’edificio del museo, essendo venuto meno il vincolo “dell’uso indeterminato”. E lancia un ultimatum: se entro il primo maggio del 2016 il museo non verrà aperto «il contratto di cui trattasi sarebbe da intendersi “risolto di diritto per inadempimento”». Si tenta allora la via della mediazione con la stipula di un protocollo d’intesa tra Polo Museale Fvg, Erpac e Comune di Grado per attività di valorizzazione del Museo. Scopo: documentare, studiare e promuovere tutti insieme il patrimonio archeologico del Museo, anche attraverso mostre e programmi comunitari. La data di apertura è spostata all’estate 2017, un anno fa. Ma nulla avviene. E adesso il Comune di Grado rilancia l’ultimatum: ridateci il museo.

  • Pubblicato: Mercoledì, 13 Giugno 2018

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